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Azionario Usa? Quattro motivi per cui è ora di guardare altrove

L’esposizione ciclica degli Usa alla ripresa è limitata, le valutazioni sono estreme, la concentrazione del mercato è cresciuta e l’equity emergente si sta mettendo in luce: l’analisi di Schroders

Con l’azionario Usa che ha chiuso il 2020 con un +21,4%, superando il resto del mondo per il terzo anno consecutivo, molti investitori hanno preferito non diversificare i loro portafogli su scala globale. Non si tratta di un fenomeno solo recente: negli ultimi 10 anni l’azionario Usa ha battuto l’equity non-Usa con uno scarto medio di performance dell’8,7% all’anno. Ma ora, secondo Sean Markowicz, Cfa strategist research and analytics di Schroders, è possibile che questo ciclo sia giunto a un punto di svolta. 

“Da novembre 2020 – fa notare l’esperto – l’azionario non-Usa ha sovraperformato del 5,2%, con la diffusione dei vaccini per il Covid-19 che ha fatto crescere l’ottimismo per la ripresa economica”. Ci stiamo quindi avvicinando alla fine dell’eccezionalismo dei mercati azionari Usa? Per Markowicz ci sono quattro motivi per cui potrebbe essere così

1. Le opportunità cicliche si trovano fuori dai mercati Usa

Durante la pandemia gli investitori hanno cercato rifugio nei titoli growth difensivi, che rappresentano una buona parte della capitalizzazione di mercato statunitense. Il valore di queste aziende ha visto un’impennata in un contesto di lockdown e maggiore domanda per i servizi digitali. 

“Tuttavia – sottolinea l’esperto -, se si ritiene che la ripresa economica sia ora imminente, allora avrebbe senso iniziare a posizionarsi al di fuori degli Stati Uniti, poiché l’azionario non-Usa ha un’esposizione molto maggiore ai settori ciclici come energia, industria e materiali, che tendono a performare bene in una fase di ripresa. Per esempio, se il mercato azionario Usa è costituito solo per il 37% della capitalizzazione da settori ciclici, il resto del mondo vanta un 55%. Questa minore esposizione ciclica implica che i titoli azionari statunitensi difficilmente rimbalzeranno tanto quanto i peer globali, quando la pandemia sarà finita”.

2. Le valutazioni Usa hanno raggiunto il picco

Una conseguenza della sovraperformance degli Usa, a detta di Markowicz, è che le valutazioni si trovano ora su livelli che storicamente avrebbero prefigurato bassi rendimenti rispetto al resto del mondo. “Per la verità le valutazioni azionarie sono elevate ovunque – precisa -. Ciò non significa che siamo vicini a un crollo dei mercati, ma semplicemente che i rendimenti futuri sul lungo termine potrebbero essere inferiori. E anche se così fosse, le valutazioni relative indicano che le azioni non-USA probabilmente performeranno meglio rispetto ai peer statunitensi”.

3. La presidenza Biden potrebbe avere effetti positivi sui mercati emergenti

L’azionario dei mercati emergenti ha sofferto a causa delle tensioni commerciali tra Usa e Cina sotto la presidenza Trump. Ma, con l’amministrazione Biden, gli analisti si aspettano che le relazioni economiche saranno meno complesse e che le alleanze con i partner degli Stati Uniti verranno ristabilite. “Questo miglioramento sul fronte delle relazioni internazionali avrà effetti positivi sugli scambi commerciali globali e dovrebbe supportare i mercati emergenti orientati alle esportazioni – assicura l’esperto -. Anche la tassazione sulle imprese dovrebbe aumentare con Biden e ciò potrebbe impattare sugli utili americani. In questo contesto gli investitori hanno iniziato a favorire i mercati oltreoceano. Per esempio, l’azionario emergente ha superato quello Usa a livello di performance cumulativa da gennaio 2020”.

4. La concentrazione del mercato tech potrebbe limitare le performance future negli Usa

Le principali aziende tech statunitensi (Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Google/Alphabet – FAMAG) hanno beneficiato enormemente degli effetti economici della crisi, dato che molte persone dipendono dalla loro tecnologia per lavorare e fare acquisti da casa. Tuttavia, secondo Markowicz, la loro capitalizzazione è diventata talmente ampia che di fatto sono loro a guidare il mercato: da gennaio 2020 l’indice Msci Usa ha reso il 23%, ma solo il 15% se si escludono le FAMAG.

“Il problema di tale concentrazione è che se la fiducia nelle Big Tech dovesse deteriorarsi per qualche motivo, ciò potrebbe portare a rendimenti inferiori per tutto il mercato Usa – mette in guardia l’esperto -. Uno dei motivi alla base di ciò potrebbe essere la regolamentazione. Il Partito Democratico, che ora controlla entrambe le Camere al Congresso, ha espresso la volontà di frenare le pratiche anti-competitive di tali aziende e diverse indagini dell’antitrust sono già in corso nei confronti di Facebook e Google. Anche se è improbabile nel breve periodo, le nuove normative potrebbero rallentare il numero di M&A in futuro, un elemento importante per il successo di tali aziende”.

Insomma, sebbene l’ultimo decennio abbia visto gli Usa primeggiare, le condizioni sembrano favorire sempre più il resto del mondo. “Non vi è certezza che ciò accadrà – conclude Markowicz -. I nuovi ceppi di Covid-19 potrebbero minare la ripresa economica e gli investitori potrebbero continuare a favorire gli Stati Uniti. Ma prima o poi questa fase finirà. L’esposizione ciclica degli Usa alla ripresa globale è limitata, le valutazioni sono estreme su base relativa, la concentrazione del mercato è cresciuta e l’azionario emergente si sta mettendo in luce. Alla luce di ciò, gli investitori farebbero bene a diversificare il loro portafoglio azionario al di là degli Usa nel corso dei prossimi 10 anni”.

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