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Bitcoin, due ragioni per starne alla larga

Volatilità e inefficienza energetica sono secondo Notz Stucki due buoni motivi per non includere la criptovaluta nella propria asset allocation

Nei primi due mesi dell’anno nuovo abbiamo potuto osservare movimenti oscillatori sui mercati che, seppur si trovino nella maggior parte dei casi in territorio positivo, registrano ancora un’elevata volatilità. Basta guardare il valore del Vix, l’indice rappresentativo della volatilità implicita nelle opzioni sull’S&P 500: da inizio 2021 è oscillato tra i 20 ed i 30 punti, mentre se torniamo nel 2019, periodo pre-pandemia, si aggirava attorno a 15. Ma, in particolare, l’asset che testimonia maggiormente l’ampiezza di alti e bassi della propria quotazione è il bitcoin, la più gettonata tra le criptovalute.

La crescita del prezzo del bitcoin, al momento, è esplosiva, con un +90% circa da inizio anno e, secondo Giacomo Calef, country manager di Notz Stucki, l’euforia che si è alimentata nel corso di quest’ultimo periodo potrebbe essere legata principalmente a due fattori. Il primo riguarda le aspettative di rialzo dell’inflazione, deducibili dal recente rialzo repentino del rendimento decennale del Titolo di Stato Usa, che nelle scorse sedute ha scavalcato il tetto dell’1,5%.

“La criptovaluta – spiega Calef – è vista dagli investitori (in modo probabilmente erroneo) come una possibile riserva di valore, in quanto detiene un livello di offerta limitato ed è inteso come uno dei modi alternativi per ricercare reddito, visto che il comparto obbligazionario rende zero e le valutazioni di gran parte dell’azionario sono storicamente elevate.

Il secondo fattore, per l’esperto è invece legato alla mossa di alcune aziende che sostengono i bitcoin come utilizzo di mezzo di scambio alternativo per il futuro. “Una tra queste è Tesla – osserva -, che con l’ultimo investimento da 1,5 miliardi ha letteralmente surriscaldato il mercato, facendo salire momentaneamente il prezzo del bitcoin oltre i 55.000 dollari e generando una plusvalenza milionaria”. 

Tuttavia, come appunto avverte Calef, resta anche da analizzare il rovescio della medaglia. “Le preoccupazioni di alcuni investitori, oltre alla forte volatilità ed al rischio di favorire transazioni illecite, riguardano l’insostenibilità di un possibile utilizzo diffuso della criptovaluta come mezzo di pagamento”, evidenzia. 

Il problema, come fa notare l’esperto, risiede nella tecnologia sottostante, la Blockchain, che richiede un consumo energetico esorbitante per gestire l’intero sistema di aggiornamento delle transazioni. “Il cosiddetto processo di mining – chiarisce Calf -, che necessita onerosissimi processi di calcolo, solo oggi richiede il consumo di poco più di 120 TWh all’anno (terawatt per ora), ovvero un valore superiore addirittura a quello stimato per interi Paesi come Argentina, Olanda ed Emirati Arabi”. 

“Ma in un mondo in cui si spinge verso la transizione ecologica, ci sarà posto anche per il bitcoin? Al momento noi non includiamo questo strumento come parte della nostra asset allocation, data la volatilità e l’inefficienza energetica che ad oggi presenta”, conclude dunque l’esperto.

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