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Cosa ci insegna la correzione di settembre

Per Aniballe (Gam) i titoli tech Usa hanno fondamentali solidi nonostante le criticità. A indurre alla cautela sono soprattutto fattori tecnici, ma è da escludere una correzione prolungata 

La rapida correzione di settembre, che coinvolge principalmente il segmento growth, rappresenta un utile monito per l’investitore: i fondamentali del comparto rimangono solidi, ma i fattori tecnici inducono a maggiore cautela. A sostenerlo è Antonio Anniballe, gestore del team multi asset Italia di Gam (Italia) Sgr, che prova a fare il punto su quanto accaduto sui mercati.

“Osservando il maggior nervosismo dei mercati di fine agosto avevamo immaginato una tendenza più contrastata per gli ultimi mesi dell’anno, tale da alternare fasi rialziste a corre­zioni improvvise – osserva -. Nella prima metà di settembre abbiamo assistito proprio ad un movimento di questo tipo, che ha portato il VIX dal 20 al 40%. Questa correzione è stata piuttosto peculiare perché, pur essendo partita dagli Usa, non ha determinato, come usualmente accade, un ‘effetto contagio’ bsugli altri indici globali. Fra il 2 e il 9 settembre infatti, mentre l’indice Nasdaq ha perso il 10% e lo S&P 500 quasi il 7%, il Dax è arretrato di un misero 0,3%, mentre il Nikkei ha addirittura guadagnato lo 0,7%”.

E infatti l’epicentro della correzione è costituito proprio dal Nasdaq e, più nello specifico, dalla componente growth e tecnologica del mercato, che racchiude alcune delle società di maggior successo degli ultimi anni: società dai fondamentali solidissimi, caratterizzate da un’alta crescita della redditività, generalmente poco indebitate e, per propria natura, toccate solo marginalmente dalla pandemia. Allo stato attuale, proprio la popola­rità di questi titoli rappresenta tuttavia un’arma a doppio taglio, secondo Anniballe.

Il primo rischio è rappresentato dalle valutazioni care. “Dal 23 marzo, giorno di minimo del primo trimestre, a fine agosto, il Nasdaq ha guadagnato circa il 70%, mentre il rapporto prezzo/utili è arrivato a 33 volte, contro una media dal 2007 ad oggi di circa 20 – spiega -. Un secondo rischio, legato a doppio filo al primo, risiede nel fatto che i tecnologici rappre­sentano oggi i ‘crowded trade’ per eccellenza del mercato, ovvero i titoli detenuti da tutti, professioni­sti (come mostrato dalla recente Fund Management Survey di BofA ML) e piccoli risparmiatori, e che sono circondati da un’ampia operatività in derivati. In caso di improvvisi mutamenti di scenario, questi fattori tendono ad amplificarne i movimenti, come abbiamo osservato ad esempio nelle sedute del 3 e dell’8 settembre (-5% e -4% rispettivamente), espo­nendo questi titoli a correzioni rapide e intense”.

Ragionando poi più in prospettiva, per il gestore giova poi ricordare che nelle valutazioni dei titoli growth c’è un’ampia componente di ‘crescita futura’, cosa che li rende quindi, per ragioni finanziarie, i principali beneficiari delle politiche della Fed (gli utili prospettici sono scontati a tassi bassissimi). “In questo contesto di crescita degli utili elevata e tassi a zero, è improbabile che si verifichino correzioni troppo prolungate. D’altro canto, nel medio termine, una normalizzazione anche parziale della curva Usa potrebbe costituire il presupposto per la rotazione lungamente attesa verso settori ‘value’”, conclude Anniballe.

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