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Dollaro, un 2021 all’insegna della debolezza

Secondo Ubp, le autorità politiche e monetarie degli Stati Uniti sfrutteranno tutta la loro influenza per fermare un eventuale apprezzamento del biglietto verde

Nel 2021 il dollaro continuerà a risentire delle politiche della Fed annunciate negli ultimi mesi di quest’anno. Infatti, non solo Powell e colleghi intendono lasciare i tassi in sospeso almeno fino al 2023, ma hanno anche adottato un obiettivo di inflazione di medio termine. “Anche prima della pandemia, gli Stati Uniti erano una delle poche economie a generare inflazione – spiega Peter Kinsella, global head of Forex strategy di Union Bancaire Privée -.  Se continuassero a farlo anche dopo la pandemia, senza che la Fed dia una risposta politica, i periodi di accelerazione dell’inflazione ridurranno il potere d’acquisto del dollaro, che quindi rischia di indebolirsi progressivamente”.

La Fed ha altre frecce al suo arco che può utilizzare per allentare ulteriormente le condizioni finanziarie, tra cui il controllo esplicito della curva dei rendimenti. “Questa strategia – osserva l’esperto -, attualmente seguita dalla Bank of Japan, porterebbe i rendimenti obbligazionari all’interno di range ristretti lungo la curva dei rendimenti, impedendo loro di salire a causa delle crescenti aspettative di inflazione, e così facendo il dollaro si indebolirebbe ulteriormente”. 

Non solo: in mancanza di un accordo politico sugli stimoli fiscali, la Fed potrebbe anche attivare le proprie linee di credito private, il che si tradurrebbe, come spiega Kinsella, in un programma di garanzie a favore dei consumatori e delle piccole aziende, come quello adottato nel Regno Unito. Ciò causerebbe un’ulteriore espansione del suo bilancio e, quindi, un deprezzamento del biglietto verde.

“Il prossimo anno una delle principali cause della debolezza del dollaro sarà il rapido deterioramento della bilancia delle partite correnti americana – fa poi notare l’esperto Ubp -. Il deficit è vicino al 3% del Pil, ed è probabile che si allarghi rapidamente nel 2021. Dato che il deficit di bilancio degli Stati Uniti è destinato a rimanere molto elevato, vicino all’attuale 13% del Pil, è probabile che un’ulteriore ripresa economica provochi un brusco incremento del disavanzo delle partite correnti. Dal momento che il dollaro è pienamente valutato secondo gran parte dei parametri, potrebbe facilmente deprezzarsi in modo sostanziale nei prossimi 12 mesi”.

“In passato – aggiunge Kinsella -, scenari simili lo hanno visto, negli anni successivi, lasciare sul terreno tra il 20% e il 30% del valore ponderato in base agli scambi. Pertanto, è un dato di fatto che quando la crescita statunitense è moderata e quella globale è in ripresa, che è lo scenario più probabile nel 2021, il dollaro è generalmente debole”. 

Il rischio di un apprezzamento del dollaro potrebbe emergere in due scenari, secondo l’esperto. Il primo è rappresentato dall’eventualità che la crescita statunitense superi di gran lunga quella del resto del mondo, ma ciò appare improbabile considerando che l’economia cinese sta già passando dalla fase di ripresa a quella di espansione e che le misure di stimolo fiscale concertate in Europa si concretizzerebbero all’inizio del 2021. Il secondo scenario si verificherebbe qualora l’avversione al rischio raggiungesse livelli estremi, come durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009 o nelle fasi iniziali della pandemia di Covid-19 (gennaio-marzo 2020). Data la proattività della politica fiscale e monetaria globale, questo rischio è probabilmente modesto e transitorio.

Ma sul dollaro pesano anche importanti fattori politici. Secondo l’esperto, le autorità politiche e monetarie sfrutteranno tutta la loro influenza per mantenere il dollaro basso, poiché un suo apprezzamento tende ad avere effetti deflazionistici ed esiste una stretta correlazione tra un dollaro troppo forte e il tasso di default del debito dei Paesi emergenti. “Un dollaro più forte amplierebbe ulteriormente il deficit commerciale statunitense, che è già considerevole anche dopo l’eliminazione delle importazioni di petrolio. In un mondo in cui la domanda è scarsa, nessuno trarrebbe vantaggio da un apprezzamento del dollaro”, conclude.

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