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I mercati asiatici votano per Biden

Per gli emergenti, e l’Asia in particolare, una vittoria del candidato democratico alle elezioni Usa avrebbe tre effetti positivi principali. L’analisi Mirabaud

Sebbene Joe Biden sia in vantaggio nei sondaggi, è impossibile affermare al momento che Donald Trump sia finito e fino al 3 novembre prossimo la corsa per la Casa Bianca è più che aperta. Una certezza però c’è, secondo John Plassard, investment specialist del Gruppo Mirabaud: se il candidato democratico venisse eletto, i mercati asiatici potrebbero beneficiarne.

“Quando Barack Obama vinse le elezioni nel gennaio 2009 – spiega lo specialista degli investimenti -, molti esperti cinesi a Washington chiesero all’esecutivo di rafforzare la presenza americana nell’Asia-Pacifico, di riaffermare la partnership con gli alleati tradizionali degli Stati Uniti e di incrementare il dialogo con Pechino. Fu in questo modo che Washington intraprese uno sforzo di riposizionamento economico e strategico nella regione, evidenziando il desiderio di una partnership con Pechino. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca cambiò tutto. Da quel momento in poi, la Cina e i Paesi asiatici divennero in generale i nemici giurati degli Stati Uniti. Una vittoria di Joe Biden, tuttavia, cambierebbe tutto rendendo i paesi asiatici di nuovo attraenti per gli investitori”.

Per Plassard, ci sarebbero tre effetti positivi principali. Anzitutto, sarebbe un vantaggio in termini di politica estera. “Da quando è diventato presidente, Trump ha spinto in modo aggressivo la sua politica dell’“America first”. Sempre più analisti ritengono invece che se Biden diventasse presidente, le tensioni tra gli Stati Uniti e alcuni dei suoi alleati si allenterebbero – chiarisce – . Una riduzione dei rischi geopolitici potrebbe diventare un catalizzatore per i mercati azionari asiatici, che si aggiungerebbe a una spinta potenziale derivante dall’aver riaperto le loro economie più velocemente dell’Europa e soprattutto degli Stati Uniti”.

In secondo luogo, sarebbe un vantaggio a livello di differenziale del mercato azionario. “Se Biden dovesse vincere le elezioni a novembre, probabilmente gli indici americani non esulterebbero. Non perché sia un democratico (le statistiche tenderebbero addirittura a dire il contrario), ma perché il suo programma punta a modificare le riforme fiscali introdotte da Donald Trump”, evidenzia Plassard, che fa notare come a livello settoriale, sono state soprattutto le società dei settori ciclici nazionali a registrare in generale il maggiore aumento degli utili e la sovraperformance maggiore grazie alla riforma fiscale di Trump (Tcja).

“I settori finanziario, dei beni non essenziali e dei servizi di comunicazione hanno registrato i rendimenti assoluti più elevati nei due mesi successivi all’adozione della Tcja, in quanto le aspettative sugli utili sono aumentate – prosegue -. Anche i settori dell’energia e industriale hanno sovraperformato, ma hanno ottenuto risultati meno positivi in termini di beta adjusted e hanno beneficiato dell’aumento del prezzo del greggio.  Dall’altra parte, le utility e le società real estate hanno riportato un calo, in quanto gli investitori hanno optato per società più esposte a riduzioni dell’imposta sul reddito delle società.  Anche le società del settore tecnologico, che tendono a pagare basse aliquote d’imposta, hanno rallentato. Un possibile cambiamento nella disciplina fiscale potrebbe ridurre sostanzialmente l’interesse degli investitori per gli Stati Uniti spingendoli a cercare più ‘alfa’ nei paesi asiatici”.

Infine, una presidenza Biden sarebbe un vantaggio per le future relazioni tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. A detta dello specialista degli investimenti, a giudicare dalla politica estera che Biden ha condotto come vicepresidente (è considerato un ‘internazionalista’), si può supporre che, come presidente, lavorerebbe per ricostruire vecchie alleanze. “La Nato, l’Unione Europea e l’Asia potrebbero veder materializzarsi i loro sforzi per ricucire le relazioni danneggiate con gli Stati Uniti se Biden dovesse salire al potere – afferma -.  Anche le principali economie asiatiche, tra cui Giappone e Corea del Sud, potrebbero ridurre le loro spese militari dopo due anni in cui queste sono aumentate. Una potenziale riduzione dei rischi geopolitici e dell’incertezza nella politica estera di Washington potrebbe essere un altro catalizzatore per i mercati azionari asiatici nel lungo periodo”.

“In passato i mercati emergenti (in senso ampio, ma soprattutto quelli dominati dai Paesi asiatici) erano notoriamente focalizzati su settori come energia, materiali e finanza. Nel frattempo, i titoli tecnologici e legati ai consumi non essenziali appartenevano al mercato statunitense. Questo era vero nel 2007 e anche nel 2015, ma ormai non è più così. La composizione dell’azionario emergente è cambiata radicalmente negli ultimi anni”, spiega ancora Plassard, che elenca alcuni cambiamenti degni di nota dal 2007: il comparto energetico è passato da oltre il 15% a meno del 6%; i materiali, che erano più vicini al 16%, ora sono al 7%; il settore finanziario è passato da oltre il 20% al 18% (e ora è in calo rispetto a un massimo del 27% nel 2015); il comparto dei beni non essenziali è passato da circa il 3% al 18%; la tecnologia è oggi il settore più importante, essendo passata dal 13% del 2007 a oltre il 18% di oggi.

“I servizi finanziari hanno ancora un peso sostanziale, ma la loro quota di mercato continua a diminuire – precisa -. Le società dei settori dell’energia e dei materiali combinate oggi rappresentano una quota inferiore a quella che ciascuna ha pesato individualmente nel 2007. I titoli tecnologici sono oggi il settore più importante. Uno dei motivi principali per cui il mercato azionario americano nel suo complesso ha avuto tanto successo è la performance dei titoli tecnologici come Amazon, Apple, Microsoft, Facebook e Google. Queste aziende rappresentano oggi circa il 23% dell’S&P 500. Tuttavia, e contrariamente a quanto si crede, i mercati emergenti vantano oggi ai loro vertici una concentrazione simile di nomi tecnologici”.

Pertanto, per Plassard è probabile che se Biden vincerà le elezioni, questo tipo di azioni sovraperformerà (di nuovo): oggi appare paradossale, ma l’esito di un’elezione presidenziale americana potrebbe andare a vantaggio dei Paesi emergenti, e dell’Asia in particolare. Ecco perché per l’esperto gli sviluppi in questa area andrebbero quindi seguiti con attenzione.

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