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Presidenziali Usa, chi vince e chi perde con Trump e Biden

Con i Democratici alla Casa Bianca possibili sofferenze per energy e finance. Ma l’Europa tifa blu. L’analisi di Edmond de Rothschild

Manca pochissimo e, nonostante il riacutizzarsi della pandemia, gli occhi degli investitori sono puntati soprattutto sulle presidenziali Usa. Elezioni che avvengono nel mezzo di una delle peggiori recessioni della storia degli Stati Uniti, ma che secondo secondo Manuel Maleki, economista di Edmond de Rothschild, non ne saranno influenzate più di tanto, grazie alla rapida azione intrapresa dalle autorità e concretizzatasi in un forte incremento della spesa pubblica (quasi 2,8 mila miliardi di dollari da marzo 2020) e alle iniziative della Fed per ridurre i tassi di interesse e rimodellare il quantitative easing. L’economista ha analizzato tutti i temi che stanno influenzando la corsa alla Casa Bianca, guardando oltre la pandemia, e le conseguenze sui diversi comparti a seconda di chi la spunterà.

Ebbene, Trump può vantare un solido bilancio economico sulla scia della sua riforma fiscale del 2018. “Da un lato Biden ha optato per un approccio tradizionale, con un manifesto dettagliato con molte misure specifiche, dall’altro Trump ha sfruttato il suo bilancio piuttosto che proposte precise come presupposto per il suo secondo mandato – fa notare -. Questo perché, dal punto di vista economico, il bilancio è abbastanza solido. Infatti, la crescita tra il 2017 e il 2019 (pre-pandemia) si è attestata in media al 2,4%, valore superiore alle stime di crescita intorno al 2%. La performance discende parzialmente dalla riforma fiscale del 2018, che ha dato impulso agli investimenti soprattutto grazie a una riduzione dell’aliquota d’imposta societaria tagliata dal 35% al 21%”.

Un secondo fattore a sostegno della crescita statunitense, in una fase in cui molti osservatori temevano la recessione, è stato, a detta dell’economista, il piano di ripresa per il 2018. L’effetto combinato di queste due politiche, nonostante il ciclo rialzista per il principale tasso della Fed, ha spinto la disoccupazione a livelli storicamente bassi (3,6% a fine 2019). Da notare, tuttavia, che a questo slancio si è contrapposto un leggero aumento del debito pubblico, passato dal 106,6% del 2016 al 108,3% del Pil nel 2019. Di conseguenza, sula scia positive di questo bilancio, Trump ha invitato gli elettori a non modificare lo status quo. Sono stati però introdotti alcuni elementi nuovi, come un massiccio pacchetto di infrastrutture da 2.000 miliardi di dollari e l’adozione di un approccio più interventista (ad esempio, per quanto riguarda i prezzi dei farmaci nell’industria farmaceutica).

Per Maleki, Biden dal canto suo offre un programma incentrato principalmente su una significative spesa pubblica, stimata in circa 7.000 miliardi di dollari nel giro di dieci anni. La spesa si concentrerebbe inizialmente sul settore pubblico, con significativi investimenti in infrastrutture (1,3 trilioni di dollari), seguiti da R&S e poi dalla sanità. “Questo piano di spesa dà priorità alla transizione energetica e all’ambiente, versando 2.000 miliardi di dollari in quattro anni per il risparmio energetico, il rinnovo del parco veicoli federale e lo sviluppo di energia pulita – evidenzia -. Il suo secondo obiettivo è quello di sostenere le classi medie che, ad esempio, potrebbero beneficiare di aiuti per le tasse universitarie. Infine, il terzo punto del suo programma si rivolge alle piccole e medie imprese”.

Per finanziare una spesa così significativa, Biden propone di aumentare l’imposta sul reddito delle società  più grandi dal 21% al 28% e di aumentare anche la tassazione per le famiglie a reddito più elevato. “In totale, si prevede che il reddito aggiuntivo si aggiri tra i 3-4 mila miliardi di dollari in un decennio. Sembra quindi che il programma di Biden possa innescare un aumento del debito pubblico statunitense e mettere sotto pressione il dollaro. Inoltre, l’impatto che ciò avrebbe sulle imprese non è chiaro, in quanto il suo programma da un lato porterebbe sì adun aumento dell’attività, ma dall’altro l’aumento delle tasse peserebbe in maniera evidente sul reddito delle imprese, rendendo così eterogeneo il risultato finale”, aggiunge l’economista.

Quanto ai comparti, l’incertezza di fondo rende difficile valutare quali settori beneficerebbero di una vittoria democratica. Tuttavia, secondo Maleki, è molto probabile che finanziario ed energetico soffrirebbero con Biden, per la sua chiara intenzione di inasprire la regolamentazione di questi due settori, settori che hanno tratta grande vantaggio dalla presidenza Trump e che continuerebbero a farlo in caso di rielezione. In caso di vittoria democratica, la forte spesa pubblica annunciata favorirebbe i segmenti legati alle infrastrutture. Considerata l’attuale crisi sanitaria e le difficoltà economiche, la presentazione di un nuovo pacchetto di stimoli economici sarebbe prioritaria per qualsiasi candidato eletto. In caso di vittoria dei Democratici, questo pacchetto sarebbe più rigoroso lasciando più spazio di manovra alle autorità locali (enti locali, stati, ecc.).

Sul fronte del commercio internazionale, invece, le differenze tra Democratici e Repubblicani non sono così evidenti, a detta dell’esperto: entrambi vedono nella Cina il principale rivale e vogliono ribilanciare i rapporti di equilibrio commerciale con Pechino. “Vogliono però tuttavia rivedere anche le politiche commerciali con tutti i propri partner, compresi quelli in Europa – sottolinea Maleki -. Da quando è salito al potere, Trump ha fatto pressione sui partner commerciali statunitensi, annunciando la sua intenzione di rinegoziare gli accordi commerciali e di dare priorità alle imprese nazionali. Questo ha messo a dura prova i rapporti tra Europa e Stati Uniti, con questi ultimi che hanno minacciato di applicare tariffe sulle importazioni europee per un valore di 25 miliardi di dollari. In caso di rielezione, è molto probabile Trump continuerà ad applicare la stessa strategia e quindi cercherà di continuare ad esercitare pressione sulle nazioni europee”.

L’elezione di Biden potrebbe cambiare le cose, poiché non è ostile al multilateralismo e senza dubbio concederebbe più tempo per i negoziati. “Anche se alcune delle controversie sono strutturali, come ad esempio quando si parla dell’industria aerospaziale, una vittoria dei Democratici potrebbe allontanare le minacce dall’industria automobilistica. Inoltre, alcune delle tariffe sui settori di punta del Vecchio Continente potrebbero essere rinegoziate nell’ambito di un quadro più ampio evoluzione delle relazioni commerciali statunitensi. La vittoria di Biden potrebbe quindi rappresentare un elemento positivo per l’Europa”, conclude l’economista.

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