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Private equity europeo, i tre driver che sosterranno la crescita

Frammentazione del mercato, passaggi generazionali e sostenibilità e qualità delle aziende rendono l’asset class pronta per affrontare le sfide del prossimo decennio. L’analisi di Schroders

Nei prossimi dieci anni due sfide chiave attendono gli investitori: una crescita disuguale a livello globale, che dipenderà dalle dinamiche locali, e una tendenza alla de-globalizzazione, nata con la guerra commerciale tra Usa e Cina e accelerata dal Covid-19. Questo contesto sarà complesso per alcuni asset e strategie convenzionali, ma il private equity europeo potrebbe essere ben posizionato per beneficiarne. Per tre motivi, secondo Damming e Emily Pollock, rispettivamente senior investment sirector di Schroder Adveq e alternatives director di Schroders.

“Innanzitutto, riteniamo che sia fondamentale per gli investitori guardare al private equity europeo come un insieme di mercati e non come un mercato omogeneo – precisano -. Se i driver di crescita diventeranno sempre più localizzati, l’intrinseca frammentazione europea rappresenta una caratteristica interessante, che offre diversità geografica e settoriale. In secondo luogo, il fatto che le aziende a gestione famigliare rappresentino il 60% delle società in Europa è un altro fattore di supporto, soprattutto in caso di passaggi generazionali. Le aziende a gestione famigliare spesso mostrano inefficienze operative, che rappresentano un’opportunità per gli investitori. Infine, i prodotti europei sono associati all’alta qualità e quindi, anche con una de-globalizzazione, riteniamo che continueranno a essere richiesti”.

I due esperti passano quindi ad analizzare i singoli driver, partendo dalla frammentazione del mercato del private equity europeo. Per Damming e Pollock, il private equity europeo si può suddividere in sei aree geografiche, che contano per il 95% del mercato: Regno Unito, Francia, Paesi nordici, DACH (Europa di lingua tedesca), Benelux ed Europa meridionale (Spagna e Italia). “Ogni regione è soggetta a dinamiche diverse, quindi è essenziale avere team locali d’investimento – specificano -. In un mondo post-Covid, in cui la de-globalizzazione accelererà, le industrie regionali si consolideranno e i modelli di consumo cambieranno con le nuove tecnologie, la specializzazione geografica e settoriale diverrà essenziale”. 

I settori europei sono anche caratterizzati da una frammentazione ‘orizzontale’. “I mercati non consolidati sono composti da molte piccole aziende e il numero di società per settore in Europa supera di gran lunga l’equivalente negli Usa – osservano -. Ciò, per gli investitori di private equity, significa l’opportunità di implementare strategie di ‘buy-and-build’ per sbloccare il valore. I gestori di private equity spesso individuano i ‘campioni’ locali: buone aziende attive solo nel mercato domestico. Gli investimenti di private equity permettono a queste di avviare attività regionali, nazionali e transfrontaliere e di aprire nuove branch o sussidiarie”.

Di fondamentale importanza sono anche i passaggi generazionali. “La demografia è molto prevedibile, di conseguenza possiamo aspettarci che le tendenze demografiche nei prossimi 10 anni saranno simili a quelle degli ultimi 10, anche se alcuni trend si rafforzeranno – chiariscono i due esperti -. L’Europa ha visto una riduzione della forza lavoro, a causa dell’invecchiamento della popolazione, e non gode dei benefici migratori degli Usa o della crescita di popolazione dell’Asia, Giappone escluso. Dato l’elevato numero di aziende a gestione famigliare in Europa, l’invecchiamento della popolazione presenta un’opportunità, dato che i fondatori spesso vendono le aziende nei passaggi generazionali. Sebbene spesso la prima scelta sia di introdurre un nuovo membro della famiglia come successore, i discendenti possono non essere interessati, o qualificati, per tale ruolo”.

Secondo Damming e Pollock, le società a gestione famigliare sono spesso target di acquisizione attraenti: essendo meno intermediate offrono agli investitori di private equity un grande potere negoziale e prezzi di ingresso attraenti. Inoltre spesso sono soggette a operazioni di buyout da parte dei dipendenti, supportate da fondi di private equity: in Europa più del 50% delle transazioni di buyout di piccole dimensioni sono legate ad attività famigliari.

Infine, la sostenibilità e qualità delle aziende europee. “I tassi di crescita contenuti in Europa hanno fatto sì che il private equity qui si concentrasse sulle aziende orientate all’export, che potessero raggiungere tassi di crescita superiore altrove. Data la natura frammentata dell’Europa, ci sono diverse aziende ben gestite, a prezzi ragionevoli e con una governance solida”, assicurano i due esperti, secondo cui inoltre i consumatori considerano i beni prodotti in Europa come sinonimo di qualità. “Agli europei piace comprare locale, ma riteniamo che l’alta qualità dei prodotti europei continuerà a sostenere le esportazioni, anche in un contesto di maggiore de-globalizzazione”, spiegano.

Inoltre la Commissione Europea ha lanciato una partnership ‘Made in Europe’ tra industria e mondo accademico, per migliorare la produzione. “Con l’innalzamento dell’età media, l’innovazione industriale e la competitività dovranno essere ripensate e avranno bisogno di finanziamenti. La partnership richiederà investimenti da parte del settore privato, e le società di private equity europee potrebbero beneficiare di tale iniziativa”, proseguono.

Insomma, l’Europa ha visto una bassa crescita per molti anni e, nonostante ciò, il PE europeo ha avuto buone performance. “Molte società si stavano già preparando a un possibile rallentamento, soprattutto in Europa. Per questo riteniamo che il PE europeo sia meglio posizionato per trarre vantaggio da questo contesto – concludono Damming e Pollock -. Riteniamo che la frammentazione del private equity europeo (sia a livello geografico che settoriale), la stabilità e la trasparenza dei mercati sottostanti rappresentino un’interessante combinazione di opportunità. Tuttavia, per sbloccare la crescita sarà necessaria una competenza locale e una profonda conoscenza del settore. Per coloro che hanno il giusto presidio, rete e competenze, crediamo che il PE europeo possa aggiungere un insieme differenziato di driver di valore a un più ampio portafoglio di private equity”.

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