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Banche Ue, meglio girare alla larga

Npl, Brexit, redditività, concorrenza degli operatori fintech e tanti altri fattori rendono gli istituti del Vecchio Continente ben poco attraenti per gli investitori. L’analisi di Mirabaud

Nonostante le valutazioni attraenti, le banche Ue sono tutt’altro che un ottimo affare. Troppi problemi e incognite pesano sul futuro del settore, dalla bomba Npl alla Brexit passando per la bassa redditività e la concorrenza del fintech. Dunque, meglio girare alla larga, secondo John Plassard, investment specialist del Gruppo Mirabaud.

“I mercati azionari europei hanno sofferto per molti anni il confronto con gli Stati Uniti. Le ragioni sono molte, ma una è ovvia – spiega -: la deludente performance dei titoli bancari europei. Dall’inizio del 2018 l’indice Euro Stoxx Banks è sceso di quasi il 60% e dal suo massimo del 2007, l’indice ha perso il 90% del suo valore”.

Per lo specialista degli investimenti, il settore bancario ha chiaramente risentito della situazione politica, sia che si trattasse di notizie provenienti dall’Italia o delle difficoltà di Paesi emergenti come Turchia, Brasile e Messico, che hanno pesato molto sulle banche spagnole e italiane. E la Brexit ha completato l’opera, mentre continua ad aleggiare anche lo spettro della crisi del debito nella zona euro a causa degli innumerevoli rischi a cui espone le banche. Le banche italiane, per esempio, detengono un gran numero di titoli di Stato italiani.

Per quanto riguarda la Brexit, la Bce ha più volte lanciato l’allarme sulla mancanza di preparazione delle banche, in particolare in termini di gestione del rischio e di capacità di governance. “L’allarme della Bce riguarda sia le banche inglesi sia quelle internazionali (americane, asiatiche…), che perderanno i loro ‘passaporti’ europei e dovranno trasferire attività e funzioni dal Regno Unito all’Ue in assenza di un accordo tra Londra e Bruxelles. Ma anche le filiali inglesi dei gruppi europei sono sul radar dell’autorità di vigilanza – sottolinea Plassard -. Da un punto di vista prudenziale, in assenza di un accordo, le attività inglesi potrebbero essere trattate in modo diverso dall’Ue, il che potrebbe incidere in particolare sui loro coefficienti patrimoniali. Concretamente, le esposizioni delle banche verso i clienti britannici sarebbero considerate esterne all’Ue e trattate in modo più severo in termini di requisiti patrimoniali”.

Oggi, a detta dell’esperto, la parte migliore (per così dire) della redditività delle banche proviene dal margine di interesse netto, a sua volta molto sensibile alle variazioni dell’Euribor. “La sensibilità dei titoli bancari alle variazioni dei tassi in Europa, e in particolare al Bund tedesco (attualmente vicino ai minimi), rimane quindi molto elevata – avverte -. In un contesto di rallentamento della crescita e dell’inflazione dovuto al coronavirus nell’Eurozona, è probabile che la Bce ecceda in prudenza. In sostanza, le banche europee avranno difficoltà a ottenere buone performance fintanto che i rendimenti dei titoli di stato tedeschi diminuiranno”.

Dopo la crisi finanziaria, le autorità di regolamentazione hanno voluto ridurre il rischio bancario. Pertanto, per prima cosa hanno rafforzato le posizioni patrimoniali. Inoltre, si è tenuto maggiormente conto del rischio legato all’esposizione (attraverso un aumento del requisito patrimoniale). Questo, secondo Plassard, ha portato a una diminuzione dell’attrattiva delle banche a causa del calo del Roe e dell’aumento del Coe. “La regolamentazione crea costi operativi e amministrativi e impone requisiti patrimoniali più elevati, rendendo alcune esposizioni soggette a rischio e non redditizie. In breve, data la pressione normativa e l’elevato costo del capitale delle attività più rischiose, molte banche hanno dovuto ridurre le dimensioni delle loro attività di mercato, o addirittura fermare quelle che richiedevano troppo capitale”, osserva.

Prima del Covid-19, le banche europee hanno beneficiato per alcuni anni di un fenomeno abbastanza raro: un costo del rischio estremamente basso: in altre parole, i fallimenti erano rari, i clienti erano solvibili e il rischio di prestare denaro era quasi nullo. Ora il costo del rischio, ovvero gli accantonamenti effettuati dalle banche per compensare eventuali perdite sui crediti concessi, ha già iniziato ad aumentare. E, per lo specialista degli investimenti è probabile che i crediti compromessi aumentino entro la fine dell’anno. 

“Nel concreto, si stima che un forte incremento degli accantonamenti per i crediti inesigibili sarà il principale fattore che determinerà il previsto calo dei risultati – evidenzia -. I crediti a rischio, o in sofferenza potrebbero anche raggiungere livelli simili a quelli registrati all’indomani della crisi del debito sovrano. Pertanto, la crisi attuale rischia di avere effetti negativi sulla redditività delle banche in futuro. Sia come sia, le banche sono entrate nella pandemia con notevoli quantità di capitale e liquidità, che dovrebbero aiutarle a superare la crisi. L’Eba ritiene che, in media, gli istituti bancari dovrebbero disporre di capitale sufficiente per assorbire le perdite anche negli scenari peggiori”.

Inoltre, il panorama bancario sta cambiando molto rapidamente. Sullo sfondo della rivoluzione tecnologica, le banche vedono infatti il loro status di intermediari finanziari sempre più minacciato da attori come Paypal, Revolut e Robinhood. Ciò per Plassard avrà due importanti conseguenze. “Un ovvio consolidamento -argomenta -: la Bce non vuole più essere vista come un ostacolo al consolidamento bancario europeo, un passo che molti ritengono essenziale se il continente vuole uscire dalla crisi. La Bce ha quindi presentato all’inizio di luglio una bozza di guida che chiarisce, nell’ambito dell’attuale quadro normativo, il suo approccio prudenziale al monitoraggio del consolidamento nel settore bancario. Ciò ha spinto Andrea Enria, responsabile della vigilanza del settore bancario della Bce, a dichiarare di recente che la crisi del coronavirus avrebbe creato opportunità di M&A per le banche dell’area euro che cercano di alleggerire la pressione sui loro margini. In breve, l’emergenza sanitaria ha ridotto i margini di profitto”. 

L’altra conseguenza è quella che l’esperto definisce un’alleanza ‘innaturale’: molti analisti ritengono che gli operatori fintech saranno concorrenti diretti delle banche, ma ciò a cui assistiamo oggi, piuttosto, è la creazione di alleanze tra banche e fintech e l’aumento dei servizi di online banking spingerà a grandi riorganizzazioni.

“Alcuni raccomandano di acquistare titoli bancari, poiché il settore è considerato uno dei più sottovalutati e sottopesati dai money manager. Tuttavia, date le sfide, sia cicliche sia strutturali, è difficile immaginare oggi un rapido ritorno a livelli di redditività che giustifichino una rivalutazione del settore da parte del mercato”, conclude Plassard, secondo cui nonostante le valutazioni attraenti, il settore bancario europeo è ancora lontano dal riacquistare l’attrattiva che aveva in precedenza. “La crisi del Covid-19 ha rivelato la necessità di cambiamenti all’interno delle banche per consentire loro di mantenere la solvibilità e l’operatività mentre continuano a svolgere un ruolo di sostegno dell’economia. Queste osservazioni evidenziano la necessità di ripensare il modello bancario tradizionale”, afferma.

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