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Big tech, non è il momento di disinvestire

Ubp: antitrust, normative e politiche fiscali minacciano le big tech, ma alla fuga è preferibile un certo grado di diversificazione verso tecnologie o segmenti early stage

Le big tech, Apple, Amazon, Facebook e Alphabet/Google, rappresentano ormai quasi il 20% dell’intera capitalizzazione del mercato statunitense. Su di loro perà incombono nuvole all’orizzonte sotto forma di procedimenti antitrust, normative più stringenti e prospettive di politiche fiscali avverse. E molti investitori si stanno chiedendo se non sia arrivata l’ora di disinvestire. Secondo Norman Villamin, chief investment officer wealth management di Union Bancaire Privée, però non è ancora il momento di fuggire, ma semmai di proteggersi.

Le procedure antitrust, come sottolinea l’esperto, in particolare negli Usa rappresentano probabilmente la minaccia maggiore. Da quando il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, la Federal Trade Commission e diversi procuratori generali degli Stati Uniti hanno intentato cause antitrust o anticoncorrenziali contro Facebook e Google negli ultimi mesi, la preoccupazione che queste azioni legali potessero rappresentare degli ostacoli sul fronte commerciale è comprensibilmente cresciuta. La recente legislazione introdotta nel Senato degli Stati Uniti cerca di estendere i motivi che possono impedire alle società, e alle big tech in particolare, di perseguire acquisizioni che ‘precludano agli altri la possibilità di competere anche prima che ne risulti un monopolio’. 

“Anche se questo disegno di legge non va a colpire i profitti sproporzionati di queste società, punta comunque a limitare la capacità delle big tech (e certamente anche di altri) di utilizzare il free cash flow in modo da limitare la concorrenza futura, forse anche nei settori nascenti in cui le aziende stanno investendo”, osserva Villamin, secondo cui a lungo termine, questo potrebbe limitare la loro traiettoria di crescita guidata da acquisizioni (come ad esempio Facebook e Instagram) e costringerli a fare perno su driver di crescita focalizzati sull’innovazione, proprio come sono state costrette a fare Apple e Microsoft quando i loro core business hanno raggiunto la saturazione. 

“Da un lato – sottolinea -, il modello di business ‘move fast and break things’ è minacciato, il che limita potenzialmente le tech company nella loro capacità di ricorrere all’M&A per sostenere alti tassi di crescita nell’orizzonte di previsione. Tuttavia, l’elevata generazione di free cash flow combinata con i bilanci senza leva finanziaria permette loro di investire e trasformare i loro business, portando al tempo stesso valore per gli azionisti attraverso dividendi e buyback”.

Per l’esperto, le normative adottate dall’UE e dal Regno Unito, possono destare preoccupazioni maggiori rispetto a quelle Usa, che nel migliore dei casi, sono state in grado di rallentare ma non di far deragliare le traiettorie di crescita dei monopoli reali e percepiti. La regolamentazione Ue e del Regno Unito, invece, è stata più mirata e probabilmente più efficace. “Mentre gli Stati Uniti hanno tipicamente cercato come soluzione la rottura della posizione monopolistica – fa notare -, l’approccio europeo è stato invece quello di regolare l’esercizio del potere monopolistico. Le misure possono finire per stimolare l’attività, aumentando così la torta per gli azionisti, anche se la fetta di torta detenuta da big tech diminuisce. L’Ue sta anche proponendo il Digital Services Act che probabilmente imporrà ulteriori costi operativi e di conformità ai ‘gatekeepers’ responsabili dei contenuti sulle loro piattaforme. Aumenta quindi anche il rischio di multe in caso di mancato rispetto degli standard imposti”.

“Le big tech non solo rappresentano una quota sostanziale della capitalizzazione globale del mercato azionario, ma guadagnano anche una quota significativa di utili a livello globale proprio quando i governi sono a caccia di entrate fiscali per combattere la pandemia globale. Il cambiamento delle politiche fiscali negli Stati Uniti e in Europa rappresenta forse la minaccia più sottovalutata per il modello di business asset light delle big tech. Detto questo, l’appetito politico per perseguire tali misure, specialmente nel 2021, sembra basso”, chiarisce Villamin.

Nonostante l’emergere di queste minacce per le big tech, a detta dell’esperto è improbabile che quelle più severe come le modifiche nei regimi fiscali o la nuova regolamentazione Ue, siano imminenti. “Piuttosto – precisa -, mentre una maggiore supervisione o una vera e propria rottura da parte delle autorità di regolamentazione statunitensi potrebbe comportare una volatilità a breve termine, come nel caso di Microsoft negli anni ’90, non pensiamo che queste misure faranno necessariamente deragliare la futura crescita degli utili di queste società. Infatti, se l’azione di regolamentazione dovesse sollevare preoccupazioni sulle prospettive di crescita a lungo termine, i bilanci senza leva finanziaria e la forte generazione di free cash flow delle aziende tech permettono loro di replicare le misure prese da Apple negli ultimi anni per mantenere alti i prezzi delle azioni tramite dividendi e buyback, mitigando il potenziale per una compressione dei multipli degli utili in un periodo di incertezza normativa”.

Insomma, come per Apple e Microsoft, la generazione di free cash flow dovrebbe permettere alle big tech di continuare a investire e innovare per rimanere sulle loro traiettorie di crescita. “Per gli investitori, sarebbe prematuro disinvestire dalle big tech a causa di queste minacce – afferma Villamin -. Tuttavia, un certo grado di diversificazione rispetto ai player affermati verso tecnologie o segmenti early stage può rappresentare una forma prudente di protezione e allo stesso tempo un’opportunità per beneficiare delle future tendenze di trasformazione che possono rimodellare l’economia globale”.

“La trasformazione del cloud computing offre tale opportunità – conclude l’esperto -. Mentre alcuni segmenti hanno fatto progressi significativi nella migrazione al cloud durante la pandemia, il segmento dell’ingegneria dei software è ancora in una fase iniziale di adozione, permettendo agli investitori di mantenere una traiettoria di crescita attraente all’interno del più ampio cloud computing tematico”.

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