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Corporate America, non è il momento di aver paura

Per Invesco è giusto mantenere alta l’attenzione, ma il debito societario Usa non presenta al momento particolari criticità

Prudenti sì, ma niente panico. È il consiglio di Invesco per gli investitori che si ritrovino, dopo un anno di pandemia, a valutare il debito corporate americano. La violenta correzione che tra febbraio e marzo 2020 ha travolto i mercati ha riguardato, infatti, non solo le azioni ma anche le obbligazioni. Ne è un esempio l’impennata degli spread del credito investment grade, che ha superato anche lo choc della grande crisi finanziaria del 2008. 

Dodici mesi dopo, quindi, molti investitori si domandano se il rischio che ci si accolla investendo nel credito sia remunerato in misura sufficientemente attraente o meno. “La valutazione di ciò che sia ‘sufficientemente attraente’ non può che essere soggettiva – afferma Luca Tobagi, Cfa, investment strategist di Invesco -, ma ci sono alcuni elementi che possiamo analizzare e che aiutano a inquadrare almeno il profilo di rischio: i timori che la crisi pandemica potesse provocare danni strutturali alla capacità di una corporate America che si è indebitata molto negli ultimi anni di far fronte alle proprie obbligazioni sono infatti diffusi ancora oggi”. 

Tobagi parte dal rapporto fra debito complessivo (obbligazioni e prestiti) delle aziende non finanziarie e il Pil degli Stati Uniti, che è effettivamente cresciuto nel tempo, raggiungendo nuovi massimi storici. “D’altra parte, come è noto, la discesa di tassi di interesse e rendimenti obbligazionari legata a una politica monetaria ultra-accomodante delle principali banche centrali, Federal Reserve inclusa, ha reso il debito poco oneroso. Per ritrovare un costo medio annuo del debito così basso, bisogna tornare al 1959-1960”, fa notare.

“Molti osservatori si sono preoccupati di che cosa sarebbe potuto succedere se i rendimenti obbligazionari governativi fossero saliti – prosegue -. È esattamente ciò che sta accadendo adesso: i rendimenti sui titoli di Stato statunitensi sono aumentati rapidamente e in misura significativa, anche se i livelli assoluti rimangono contenuti. Il decennale è passato dallo 0,50% in agosto 2020 a 1,77% di oggi. Il 5 anni da 0,19% a 0,94% e il 2 anni da 0,10% a 0,15%”.

Tobagi sottolinea quindi che un aumento di 100 o 200 punti base degli interessi passivi medi calcolati alla fine del 2020 porterebbe l’onere del debito a rappresentare rispettivamente il 32% e il 38% circa degli utili operativi pre-tasse delle aziende non finanziarie degli Stati Uniti. “Un livello significativo, ma tutt’altro che ingestibile – osserva -. A fine 2020 le aziende dovevano utilizzare mediamente meno del 26% dei propri utili operativi pre-tasse per pagare gli interessi sul debito e la media storica dal 1951 è del 31,4%. La situazione merita un’osservazione attenta, ma non sembra preoccupante. Il costo del debito dovrebbe salire di 3 punti percentuali per assorbire il 44% degli utili operativi”.

Queste considerazioni, a detta dello strategist Invesco potrebbero probabilmente essere almeno in parte condivise dai mercati, dove gli spread, lungi dall’esibire segni di preoccupazione, si sono ulteriormente compressi dallo scorso agosto a oggi.

“In conclusione – termina quindi Tobagi -, è giusto mantenere alta l’attenzione su una asset class rilevante come il debito societario, soprattutto in un contesto che presenta ancora elementi di incertezza e nel quale i rendimenti assoluti e gli spread sono contenuti. Le valutazioni sul rapporto fra rischio e rendimento non possono che essere soggettive, ma, almeno per quanto riguarda la componente rischio, per le aziende non finanziarie Usa la situazione non sembra presentare elementi di particolare criticità, se osservata in prospettiva storica”.

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