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Vantaggi e rischi dello short selling

Secondo Lamont (Schroders), la vendita allo scoperto ha una reputazione ingiustamente negativa. “Può anche aiutare a gestire il rischio e contribuire all’efficienza del mercato”

I media globali sono stati recentemente affascinati da una battaglia tra trader privati e fondi hedge sul caso GameStop, accendendo i riflettori su una pratica da molti ritenuta controversa: lo “short selling”. Ma che cos’è lo short selling e perché attira reazioni così negative?

“In termini pratici – spiega Duncan Lamont, Cfa head of research and analytics di Schroders

-, fare short selling (o vendere allo scoperto) significa prendere un titolo a prestito da un altro investitore e rivenderlo immediatamente, nella speranza che il suo prezzo scenda, in modo da riacquistarlo a un prezzo inferiore. Il profitto viene realizzato sulla base della riduzione del prezzo (o la perdita, se il prezzo sale). A questo punto il titolo torna all’azionista di partenza, che riceve una fee per il disturbo”.

Insomma, all’apparenza, una strategia di investimento disegnata per generare valore quando le aziende hanno un calo potrebbe non sembrare molto responsabile: lo short selling è spesso associato a notizie eclatanti sul fallimento delle aziende, sull’abuso di mercato e sulle preoccupazioni dei policymaker riguardo al fatto che tali pratiche indeboliscano i mercati finanziari. Ma, la realtà è più complessa. “Sebbene abbia innegabilmente un lato più controverso, la vendita allo scoperto può anche aiutare a gestire il rischio in modo più efficace e contribuire all’efficienza del mercato. Non ci sono risposte assolute alle domande sull’etica dello short selling”, afferma l’esperto secondo cui la vendita allo scoperto non mina direttamente la salute di una società più di quanto l’acquisto delle sue azioni migliori i suoi fondamentali. 

“Le aziende non vengono private di fondi quando gli investitori vendono azioni, né diventano finanziariamente più forti quando gli investitori comprano azioni sui mercati quotati – evidenzia Lamont -. Le questioni etiche sorgono quando gli investitori fanno ulteriori passi per influenzare la salute finanziaria e il valore delle aziende dopo aver comprato o venduto azioni. Per valutare l’etica dello short selling, dobbiamo quindi considerare le azioni dei diversi venditori allo scoperto piuttosto che le vendite allo scoperto come principio”. In generale, queste azioni riflettono diverse motivazioni, che a detta dell’esperto possono essere suddivise in quattro categorie.

La prima è lo stock picking all’estremo. I cosiddetti investitori long-only sui mercati azionari cercano di individuare le azioni sottovalutate, nella speranza che il loro valore si allineerà alle stime. Se non trovano interessante una data azienda, possono detenere una posizione minore rispetto al benchmark (un ‘sottopeso’) o possono non detenerla del tutto. “Lo stock picker estremo non è diverso – chiarisce Lamont -, ma cerca le aziende sopravvalutate o quelle con problemi strutturali che non sono totalmente riflessi nei prezzi. Adottare uno short su queste aziende è un modo più diretto di posizionarsi per l’atteso calo del valore verso un livello più ragionevole, rispetto a quanto sarebbe possibile in un portafoglio long-only. Gli stock picker estremi possono anche aiutare a bilanciare i prezzi sul mercato, contribuendo alla sua efficienza più in generale”.

La seconda motivazione riguarda gli shorter attivisti, che hanno un approccio più estremo. “Piuttosto che assumere che il mercato valuterà le aziende in modo equo, cercano di forzare la questione, spesso rendendo il più possibile note le ragioni per cui credono che una società sia sopravvalutata – spiega -. Generando una copertura negativa possono forzare il prezzo delle azioni verso il basso, il che può influenzare i termini che un’azienda può ottenere dai suoi creditori. Da un certo punto di vista, tale approccio può essere lodevole. Le analisi condotte possono portare alla luce questioni sottovalutate e il renderle pubbliche può forzare il management ad affrontarle. Tuttavia, capita anche che qualcuno diffonda voci infondate e negative sulla stampa, realizzando guadagni, ma spingendo aziende altrimenti sane in difficoltà finanziarie. Quando e se queste aziende riescono a dimostrare che le accuse sono false, lo short seller potrebbe essere già andato via da tempo, avendo ormai registrato un profitto sul suo trade”.

A detta di Lamont, le preoccupazioni sono parallele a quelle che riguardano gli investitori che adottano posizioni lunghe per poi tentare di aumentarne il valore diffondendo idee infondate su notizie positive in arrivo. “Questo punto è spesso sottovalutato – avverte -: non c’è nulla di filosoficamente diverso tra spingere artificialmente un titolo su cui si ha una posizione lunga e uno su cui si ha una posizione corta. Sono due facce della stessa medaglia e nessuna è migliore o peggiore dell’altra da un punto di vista etico”.

Terzo: la gestione del rischio. Ci sono poi investitori che usano lo short selling per controllare il rischio nei loro portafogli ed esprimere il loro punto di vista su determinati titoli nel modo più puro possibile. “Ammettiamo che un investitore voglia esprimere una view positiva su un particolare titolo rispetto al mercato – argomenta l’esperto -. Un modo per farlo sarebbe quello di comprare il titolo. Tuttavia, poi, se il mercato scende, anche il valore di quel titolo potrebbe diminuire. Un modo alternativo per evitare questo effetto è quello di acquistare l’azione e allo stesso tempo adottare una posizione di short sull’intero mercato. Lo shorting permette un’espressione più pulita di un punto di vista su un particolare titolo o settore, riducendo anche la volatilità e il rischio di perdita. L’approccio non influisce sulla salute delle singole società, è tipicamente di basso profilo e non solleva, a nostro avviso, preoccupazioni etiche”.

Infine, il trend follower emotivamente distaccato, che cerca di trarre profitto dalle tendenze dei mercati, comprando quando i mercati salgono e vendendo allo scoperto quando scendono. I Cta (Commodity trading advisors) o i managed futures sono altri nomi per questi tipi di strategie di investimento. “Queste strategie sono normalmente di natura altamente quantitativa e sistematica, alimentate da potenti algoritmi informatici – fa notare Lamont -. La loro natura emotivamente distaccata significa che non possono essere accusate di tentare di far scendere i prezzi. Si tratta solo di matematica”.

In sintesi, la vendita allo scoperto ha una reputazione ingiustamente negativa. “Piuttosto che evitare questa pratica – conclude l’esperto -, gli investitori, soprattutto quelli che hanno una mentalità più etica, dovrebbero assicurarsi di capire i suoi potenziali usi in una strategia e come i suoi praticanti intendono comportarsi. Può apportare benefici significativi, sia alla performance degli investimenti che agli standard di governance aziendale. Alcuni venditori allo scoperto sono immorali, ma la vendita allo scoperto in sé non lo è”.

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