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Il value resta favorito

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La riscossa del value sembra destinata a continuare. Ecco settori e aree geografiche su cui puntare secondo gli esperti di T. Rowe Price

Le valutazioni estreme e le fasi di volatilità degli ultimi anni hanno portato molti a pensare che fosse imminente il ritorno del value. Tuttavia, se inizialmente la pandemia ha dato ulteriore spinta alle società orientate alla crescita, basti pensare ai titoli cosiddetti ‘stay-at-home’, con la riapertura delle economie si è assistito a un rimbalzo dei titoli value, che hanno poi ha guadagnato ulteriore slancio a causa del dilagare dell’inflazione e della conseguente risposta delle banche centrali.

Con il termine value si intendono quei titoli che trattano a prezzi scontati e a bassi multipli rispetto a elementi come gli utili, il price-to-book e il fatturato. Lo stile growth invece riguarda quelle azioni che mostrano un forte potenziale di crescita futura e le aziende che hanno una redditività elevata.

La domanda ora è se la ribalta del value sia destinata a continuare. A questo cruciale quesito rispondo gli esperti di T. Rowe Price. 

Cos’è cambiato per lo stile value?

“A cambiare sono stati sostanzialmente due elementi: Covid-19 e Russia – spiega Sebastien Mallet, portfolio manager di T. Rowe Price Funds Sicav – Global Value Equity Fund -. In seguito alla crisi finanziaria globale, abbiamo attraversato una fase prolungata di bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi di interesse. L’arrivo del Covid-19 ha scatenato la più grande recessione post-bellica e ha richiesto un intervento massiccio in termini fiscali e monetari. Il primo elemento di novità è rappresentato proprio da questo: la pandemia e l’adozione di politiche sulla linea della MMT (Modern Monetary Theory). Il secondo elemento riguarda le conseguenze del conflitto tra Russia e Ucraina, che ha dato ulteriore spinta al processo di deglobalizzazione, con l’offerta che non risponde in modo adeguato alla domanda. Ciò ha portato al ritorno dell’inflazione e a tassi di interesse più alti: un contesto favorevole per il value. I cambi di regime generalmente innescano una variazione anche nella leadership sui mercati nei 5-10 anni successivi, c’è quindi la possibilità che a goderne questa volta sarà il value”.

“Guardando all’universo del value statunitense – aggiunge Eric Papesh, portfolio specialist di T. Rowe Price Funds Sicav – Us Large Cap Value Equity Fund -, oggi questo segmento è scambiato a forte sconto, dopo un forte calo registrato dal growth. Da inizio anno i titoli growth hanno infatti perso 20 punti percentuali, mentre il value meno del 13%. Sono diverse le forze che negli ultimi 15-20 anni hanno sostenuto questi venti favorevoli per i titoli orientati al valore. Se pensiamo al concetto di disruption, negli ultimi anni abbiamo visto nuove aziende entrare sul mercato e sovvertirne le regole, in quattro mega aree in particolare: media, veicoli elettrici, e-commerce e servizi finanziari”.

Iniziando dai media, per Papesh Netflix è stato un esemplare simbolo di disruption, con l’introduzione di un nuovo modello di fruizione dei contenuti. “I player già esistenti sul mercato, tuttavia, non sono rimasti immobili, ma si sono attivati per differenziare l’offerta – chiarisce -. Ciò vale anche per il settore dei veicoli elettrici, destinato a crescere notevolmente nel prossimo futuro, a beneficio non solo di Tesla, ma anche degli old player che hanno differenziato la loro offerta. Nell’ambito dell’e-commerce, per tanto tempo si è pensato che nessuno sarebbe riuscito a spodestare Amazon, ma nel tempo diversi player hanno costruito piattaforme omnichannel per le vendite. A beneficiare dell’ascesa dell’e-commerce sono state anche diverse aziende connesse, ma esterne al settore, come Ups e il comparto dei trasporti. Anche nel settore finanziario abbiamo visto una trasformazione, basti pensare al caso PayPal e come la sua strategia abbia spinto altre aziende a muoversi nella stessa direzione. Il messaggio è quindi che disruption continuerà, ma i player tradizionali hanno capito come reagire per riuscire a cogliere e fare leva su queste nuove dinamiche”.

“Quello attuale è un periodo di carenze: di materie prime, energia, ma anche manodopera e servizi – fa poi notare Dan Hurley, portfolio specialist di T. Rowe Price Funds Sicav – Emerging Markets Discovery Equity Fund -. Molti di questi vengono esportati dai mercati emergenti ed è per questo che investire in società value in questi paesi può essere interessante, per due motiviin particolare. Il primo riguarda la fine della globalizzazione: nel 2000 la Cina è entrata nel Wto e da allora esporta deflazione e prodotti a basso costo. Tuttavia, se il contesto di deglobalizzazione continuerà e quindi la Cina smetterà di esportare deflazione, potremmo assistere a una fase inflazionistica. Il secondo fattore è la transizione ecologica. Se l’Occidente ha fissato obiettivi di Net Zero al 2050, la Cina li ha fissati al 2060, ma per poterli raggiungere saranno necessarie ampie mobilitazioni di capitale. Quando la Cina è entrata nel Wto abbiamo assistito all’inizio di un super ciclo e creazione di valore non solo per Pechino, ma per tutto il mondo. Dal 2010 al 2020 il mercato è stato infatti dominato dal growth, con la Cina che stimolava la crescita mondiale. Ora che l’obiettivo è diventare carbon neutral entro il 2060, il Dragone dovrà investire nelle infrastrutture (si stimano circa 10 trilioni di dollari di spesa), a vantaggio dei Paesi latino-americani che esportano commodity”.

La leadership del value continuerà? Dove si possono trovare le migliori opportunità?

Secondo Mallet, guardando avanti sono tre gli scenari che si potrebbero profilare. “Nel primo torniamo a un contesto simile a quello degli ultimi dieci anni – osserva -: l’inflazione scenderà così come i tassi di interesse e i titoli growth torneranno a sovraperformare. Nel secondo vediamo un eccesso di debito, fattori demografici sfavorevoli, ma un maggiore focus sugli obiettivi green. In questo caso vedremo un buon bilanciamento tra growth e value, dato che resteranno operative le logiche che hanno sostenuto il growth, ma i metalli e le materie prime necessarie alla transizione saranno di beneficio per il value. Nel terzo scenario tutto cambia: l’inflazione resta elevata e i governi introducono politiche in linea con la MMT, vediamo una svolta green e la Cina porta avanti il processo di deglobalizzazione. Tutti elementi che sostengono un aumento dell’inflazione. Si tratterebbe sostanzialmente del proseguimento di quanto abbiamo visto negli ultimi sei mesi, a beneficio del comparto value”. 

Non si sa quale dei tre scenari avrà il sopravvento, ma Mallet fa notare che gli ultimi due scenari mostrano un rapporto rischio-rendimento asimmetrico rispetto al primo, e quindi potrebbe offrire maggiori opportunità. “Al momento i segmenti più interessanti sono healthcare, utility e finanziari, i settori che sovrappesiamo rispetto al benchmark. Particolarmente attraente a livello geografico è invece la Cina, pur non essendo compresa nell’indice”.

“Sanità, materie prime, IT sono i settori che sovrappesiamo maggiormente nel nostro fondo – afferma Papesh -. Sottopesiamo invece il settore finanziario, una posizione che abbiamo mutato negli ultimi mesi”.

“Nell’ambito dei mercati emergenti, miriamo a individuare i ‘titoli dimenticati’, ovvero le aree trascurate dai mercati – conclude Hurley -. Il Messico è uno dei maggiori sovrappesi dal punto di vista geografico e rappresenta un caso interessante. Pur essendo ignorato da gran parte degli investitori che gli attribuiscono una crescita troppo debole, a nostro avviso il Paese mostra diversi elementi positivi: una valuta solida, un deficit delle partite correnti in diminuzione e il potenziale beneficio che potrebbe trarre dalla tendenza alla deglobalizzazione. Riteniamo attraente anche la Cina, che potrebbe essere una fenice che rinasce dalle sue ceneri. Dal punto di vista settoriale favoriamo le banche e il settore industriale. Manteniamo, invece, una posizione neutrale sull’energia che, al momento, è un mercato molto affollato e privo di aree dimenticate”.

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