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Investitori, come prepararsi al ritorno dell’inflazione

Per Schroders, gli investitori hanno buone ragioni per temere l’aumento dei prezzi. Ecco i tre scenari che potrebbero causarlo

La rapida crescita delle riserve di denaro e l’aumento dei prezzi delle commodity stanno alimentando i timori riguardo a un ritorno dell’inflazione. Ma quanto gli investitori devono davvero preoccuparsi? C’è qualche caratteristica peculiare dello shock provocato dal Covid-19 che rende più probabile uno sviluppo inflazionistico? 

Per Keith Wade, chief economist and strategist di Schroders, sicuramente gli investitori hanno buone ragioni per temere l’inflazione. “Le valutazioni di mercato al momento presuppongono che i tassi di interesse resteranno bassi o vicini allo zero per un tempo indefinito – spiega -. Ciò si basa sull’assunzione che l’inflazione aumenterà lentamente per raggiungere il 2% solo verso la fine del 2023. Se però tale andamento accelerasse, bisognerebbe rivedere le politiche sui tassi per i prossimi tre anni: le banche centrali sarebbero costrette a ridurre la liquidità, i mercati obbligazionari inizierebbero a prezzare tassi più alti e gli investitori dovrebbero riconsiderare le valutazioni azionarie, dando inizio a un periodo di volatilità finanziaria con un ribasso sia delle azioni che dei bond”.

Non è facile immaginarsi come l’inflazione possa rappresentare una minaccia al momento. I tassi ‘headline’ sono diminuiti e restano bassi in tutto il mondo, il Giappone e l’Eurozona sono nuovamente in deflazione e nel Regno Unito il livello è inferiore all’1%. Tuttavia, le preoccupazioni permangono. Wade ha dunque individuato tre principali ‘strade’ che potrebbero portare a un aumento dell’inflazione.

L’inflazione è sottostimata

La prima modalità è di tipo tecnico, legata al modo in cui l’inflazione viene misurata. “È risaputo che vi siano stati dei problemi nella misurazione dei prezzi dei servizi durante la pandemia – osserva l’esperto -. Innanzitutto, la chiusura di molte istituzioni ha impedito di raccogliere i dati in modo normale. In secondo luogo, vi è stato un cambiamento nelle abitudini di spesa: ad esempio, i consumatori hanno ridotto viaggi, trasferte e uscite, mentre hanno aumentato i soldi spesi in alimenti consumati a casa. Di conseguenza, i ‘pesi’ utilizzati negli indici CPI, che si basano sulle abitudini di spesa in tempi normali, non sono allineati alla realtà economica creata dal Covid-19. Riprendendo l’esempio, poiché i prezzi degli alimenti sono aumentati e quelli dei trasporti sono diminuiti, l’utilizzo dei ‘pesi’ tradizionali porta a sottostimare l’inflazione. Secondo le stime del Fmi e i nostri calcoli, considerando gli Usa, l’errore di misurazione vale circa lo 0,3-0,4%. Tuttavia, questo problema dovrebbe svanire via via che le abitudini di spesa torneranno alla normalità nel 2021”.

Spese frenetiche da parte delle famiglie

La seconda preoccupazione è che l’aumento delle riserve di denaro rappresenti un eccesso di liquidità in grado di generare un boom di spesa appena si tornerà alla normalità: l’aumento della domanda spingerebbe così i prezzi al rialzo. “Sebbene un aumento dei depositi di cassa durante una recessione non sia insolito – fa notare Wade -, l’impennata degli ultimi mesi è senza precedenti. La domanda cruciale è se queste riserve verranno spese, e con che rapidità.

Ci si può aspettare che le persone non vedano l’ora di tornare alla normalità e di spendere, ma dall’altra parte potrebbero esservi alcuni effetti duraturi della pandemia. Ad esempio, ci può volere tempo perché le famiglie riprendano fiducia, e alcune abitudini potrebbero essere cambiate in modo permanente”.

Per l’esperto, un aspetto da considerare in particolare è che l’aumento dei risparmi si è concentrato soprattutto tra i lavoratori più facoltosi e i pensionati. Le fasce a reddito più basso, al contrario, hanno ridotto il risparmio, con le persone finite temporaneamente o permanentemente senza lavoro che hanno dovuto attingere alle proprie riserve. “Tuttavia, le fasce a reddito più alto sono anche quelle che tendono a spendere di meno e a conservare più a lungo i propri risparmi – evidenzia -. In sostanza, non è da escludersi un rimbalzo della spesa con il ritorno alla normalità, ma questi dati suggeriscono che non vi sarà una vera esplosione di domanda compressa, poiché coloro che hanno risparmi in eccesso tenderanno ad essere prudenti. In ultima analisi, la liquidità in eccesso si dissiperà gradualmente, mettendo meno sotto pressione la capacità dell’economia e i prezzi”.

Uno shock sul lato dell’offerta

La terza preoccupazione è di lungo periodo e riguarda l’impatto strutturale del Covid-19 sull’economia: se vi saranno cambiamenti permanenti alle abitudini di spesa, sarà necessaria una riallocazione delle risorse, con i lavoratori che dovranno spostarsi verso i settori più favoriti. “L’impatto iniziale di tale aggiustamento sarà deflazionistico, con la disoccupazione che aumenterà e resterà elevata per un certo tempo – afferma ancora Wade -. La minaccia inflazionistica potrebbe concretizzarsi in un secondo momento, se i governi e le banche centrali facessero l’errore di considerare la disoccupazione come di natura ciclica invece che strutturale. Un eccesso di stimoli potrebbe generare inflazione, con la capacità di offerta dell’economia che non sarebbe così estesa come i dati sulla disoccupazione potrebbero suggerire”. Un simile scenario si è già verificato in passato. Ad ogni modo, secondo l’esperto è troppo presto per sapere se vi sarà effettivamente un errore significativo nelle politiche e, in ogni caso, questo aspetto sicuramente non ha nulla a che fare con il recente aumento delle aspettative di inflazione.

In conclusione, secondo Wade ciascuno di questi tre scenari ha una certa validità, e il primo si sta probabilmente già verificando. “La preoccupazione maggiore è quella relativa all’aumento della disponibilità di denaro. Tuttavia, gli effetti del Covid-19 sulle diverse fasce di reddito sono stati particolarmente polarizzati, concentrando l’aumento della liquidità e dei risparmi tra i più abbienti, che continueranno a conservare il proprio capitale piuttosto che spendere. Gli investitori continueranno a preoccuparsi, ma l’ipotesi della permanenza dei tassi bassi per un lungo periodo dovrebbe restare valida nel 2021 e potenzialmente anche più in là”, conclude.

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