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Mercati, tutto dipenderà dalle vaccinazioni

Secondo Robeco, nel 2021 gli utili societari dovrebbero aumentare e spingere l’azionario. Ma per il momento è preferibile un posizionamento più neutrale nei portafogli multi-asset

Non solo la pandemia, ma anche i mercati sono ‘appesi’ ai vaccini. Il successo dei programmi vaccinali dei singoli Paesi, ritenuti la via d’uscita dalle misure di contenimento e dai danni economici conseguenti, può infatti riflettersi nell’andamento delle piazze azionarie nazionali. “Nel corso del 2020, gli investitori azionari di tutto il mondo hanno monitorato attentamente l’evoluzione dei nuovi contagi da Covid-19 nei diversi Paesi, e ciò ha influito sui mutamenti del sentiment negli stessi mercati azionari nazionali – spiega Jeroen Blokland, responsabile del team Multi-Asset di Robeco -. A nostro avviso, gli investitori continueranno a farlo anche quest’anno e, come barometro degli umori dei mercati azionari nel 2021, si aggiungeranno anche i tassi di vaccinazione”.

L’entusiasmo per le prime vaccinazioni è stato stemperato da una forte impennata dei contagi, che in qualche caso si è rivelata peggiore rispetto alla prima ondata di marzo 2020. Il 2021 è appena iniziato, eppure la prospettiva di un pieno ritorno alla normalità entro l’autunno sembra già svanire all’orizzonte, a meno che i governi di tutto il mondo non potenzino rapidamente l’impegno della salute pubblica per vaccinare le rispettive popolazioni. “Un aspetto particolarmente deludente di questa prospettiva – osserva l’esperto – è che abbiamo assistito a uno sforzo di cooperazione ‘sovrumano’ da parte dei ricercatori e delle case farmaceutiche per produrre non uno, ma diversi vaccini efficaci e sicuri in quantità sufficienti per iniziare ad affrontare la sfida di questa pandemia in tempi record. Ciononostante, i tassi iniziali di vaccinazione in quasi tutti i Paesi in cui i vaccini sono stati approvati appaiono molto modesti, a suggerire che un ritorno alla normalità entro la fine dell’estate sembra già altamente improbabile”.

Gli ultimi dati sul Covid-19 sono preoccupanti. I casi confermati a livello globale hanno superato gli 85 milioni e le stime dei probabili contagi effettivi (compresi quelli non confermati o asintomatici) sono da 5 a 10 volte superiori. “Questa cifra corrisponde al 5-11% circa della popolazione mondiale – sottolinea Blokland -, e comporta un’imponente sfida logistica per le autorità sanitarie in quanto tutti e cinque i vaccini attualmente approvati richiedono l’inoculazione di due dosi a tre settimane di distanza l’una dall’altra. Per un vaccino che richiede due dosi, e per essere relativamente sicuri di evitare la maggior parte dei peggiori impatti economici della pandemia entro la fine di settembre, il tasso di vaccinazione globale dovrebbe raggiungere i 30 milioni di inoculazioni al giorno. La nostra stima prevede che l’immunità di gregge inizierà a prodursi una volta raggiunto il 70% di vaccinazioni o di infezioni nella popolazione. Potrebbe trattarsi di una previsione relativamente ottimistica, soprattutto se una delle due varianti particolarmente contagiose identificate di recente nel Regno Unito o in Sudafrica diventasse un ceppo dominante a livello mondiale nel 2021”.

C’è poi la questione dell’emergere di ceppi più nuovi o più forti che potrebbero vanificare l’efficacia dei vaccini. Secondo l’esperto, anche ipotizzando che non emergano ceppi resistenti ai vaccini nei prossimi 12 mesi, la maggior parte delle strategie nazionali probabilmente stenterà a raggiungere i propri obiettivi di vaccinazione nel corso dell’anno. Di conseguenza, sembra ora probabile che almeno una parte significativa del mondo dovrà ancora affrontare molte delle stesse difficoltà e restrizioni economiche nella prima metà del 2022. “Inoltre, data la sua ampia diffusione, è plausibile che questo nuovo coronavirus diventi endemico, e quindi che in un futuro non troppo lontano emergano nuovi ceppi resistenti ai vaccini – aggiunge l’esperto -. Quindi, anche dopo che l’attuale pandemia sarà passata, non verrà meno la necessità di continuare a monitorare questo virus né probabilmente quella di produrre versioni aggiornate dei vaccini”.

Cosa significa tutto questo per gli investitori? Innanzitutto adottare un approccio molto più prudente fino a quando non sarà fatta maggiore chiarezza, secondo l’esperto che rivela di aver ridotto notevolmente il rischio da quando l’ultima ondata si è palesata in tutta la sua gravità. “Avendo ottenuto maggiori informazioni sulle enormi difficoltà che il mondo ha dovuto affrontare nel raggiungere l’immunità di gregge nelle ultime settimane, a fine 2020 abbiamo ridotto l’esposizione complessiva al rischio nei portafogli – chiarisce -. Con i mercati azionari e delle obbligazioni societarie che già prevedevano un miglioramento congiunturale, portandosi nel frattempo su nuovi massimi storici, le chance di una temporanea battuta d’arresto sono aumentate. Di conseguenza, abbiamo anche ridotto la ponderazione di queste asset class a neutrale”.

Tuttavia, a detta dell’esperto, permane la prospettiva di un domani più roseo sulla scia di una futura ripresa degli utili societari, favorita dai continui programmi di stimolo attuati a fronte dei persistenti lockdown. “Queste misure permetteranno all’economia globale di rimettersi sulla strada della ripresa e, in questo scenario, nel 2021 gli utili societari dovrebbero aumentare di almeno il 20% – conclude -. Dal momento che le valutazioni azionarie sono attualmente elevate in termini assoluti, ma interessanti rispetto a quelle di altre asset class, la crescita degli utili sarà il principale motore delle performance azionarie, spingendo i mercati al rialzo. Ad ogni modo, i recenti sviluppi relativi al virus e alle campagne vaccinali impediscono di vedere con chiarezza quando ricomincerà la ripresa e, per il momento, è preferibile un posizionamento più neutrale nei portafogli multi-asset”.

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